a Johnny
Mi chiedono quale prodotto
è migliore, in queste gite
di quartiere che fanno le domeniche
sacre agli sconti
e non sento l'odore d'ingranaggio
oliato, il rancido sapore mio
di latta, venduta vivacemente,
priva di quell'infanzia salmastra
ruggine bagnata di una qualche rovina
dimenticata sulla spiaggia.
Posto un codice a barre risoluto su uno scaffale dove il peso è già
nella mano che anticipa ciò che accade, più commerciale spronato
a contare dal centro ogni cifra come un passo comune, accordato.
"Non ce n'è uno migliore
che soddisfi il tuo bisogno - dico -
ma puoi tornare un altro giorno
a soddisfare l'abbaglio che cerchi
nella nostra sete.
Sopravviviamo della stessa pace."
lunedì 7 maggio 2012
domenica 6 maggio 2012
Sogno
E' sempre lo stesso sogno, o meglio sono sogni diversi ma con un'unica inquietante costante. Mastico un chewing gum. Nei primi sogni in cui lo facevo ne avevo la bocca letteralmente piena, impastata e allora provavo a levarlo con le mani ma era sempre di più, con la bocca sempre piena, più ne toglievo più ce n'era. Poi è diventata una normale gomma da masticare tanto che ormai ora in sogno la riconosco e mi dico "stavolta non succederà come le altre volte, quelle erano un sogno ma stavolta no, stavolta è gomma normale, basta sputarla". E lo faccio, la sputo, la bocca si libera. Ma forse no. Ho un'altra gomma in bocca, in realtà è sempre la stessa, c'era un altro pezzo che avevo dimenticato di togliere. Allora lo tolgo ma poi ce n'è un altro e un altro ancora e così via all'infinito fino a quando mi sveglio, affannata e felice di avere finalmente la bocca vuota e libera. E mi chiedo se la sognerò ancora, questa gomma che ancora non riesco a sputare del tutto.
sabato 5 maggio 2012
cronachette (ovvero: di Bologna e di altre storie)
Sabato sera a Corticella vecchia è stato come quando sforni il pane e ne senti l'odore; ti entra dolcemente nelle narici come se fosse la prima volta.
O come quando vedi il mare dopo tanto tempo che sei sulla terra, e viceversa.
Sabato sera era casa.
Eravamo nel cortile di un falegname, con l'aia di brecciolino e i fiori di lillà. C'erano le sedie di plastica e i gerani fioriti sul balcone. C'era un film che scorreva lento sul muro della sua falegnameria, e persone infreddolite chiuse nelle sedie.
Era famiglia e riposo dopo una lunga giornata.
Gli occhi del falegname erano vivi, sua moglie non c'era più ma lui aveva guadagnato almeno una trentina di figli.
Domenica invece fin dalla mattina il vento secco ci fa scivolare, ci fa gridare e perdere la voce.
Ci sono i vecchietti dell'ANPI e la loro pasta alla salsiccia, c'è tutto. Tutto quello che puoi volere da una domenica a bologna: zuppa, vino, musica, amici, risate, begli occhi, belle mani, capoeristi, samba, banda.
Domenica di corse, di abbracci, di sole e nuvole, di occhi.
Domenica di fiammiferi, di calore tra pancia e polmoni, di scambi di figurine.
Belgrado è un posto pieno di fantasmi, memorie e macerie.
E' pieno di gomme per cancellare che oscurano un passato recentissimo, è pieno di silenzi. E' un posto segreto.
I giardini delle case sorgono tra cemento armato e finestre coi panni stesi. Sorgono dietro portoni, come a bologna. Tu ne spingi uno e sei in un orto, in una scatola magica, in un fiorire di piante e annaffiatoi.
Belgrado non parla molto, ma canta e beve.
Se vai al mercato i gitani non sono diffidenti, ti offrono da bere e da mangiare, ma i serbi stanno alla larga e osservano.
Se vai sul fiume la sera, ci sono piccole barche che suonano musica balcanica, e tu puoi bere e fumare e cantare al karaoke.
La prima sera eravamo in un bar, la birra chiara scorreva nelle gole a cifre modiche, si parlava tutti un inglese stentato e si rideva di cose che ora non ricordo. Tre metri più in là stava consumandosi una vera festa di matrimonio. Violino tamburello e canti e balli in cerchio. Era tutto meno tzigano di come te lo immagini nei sogni da cartolina balcanica. Ci hanno invitati a mangiare e bere con loro, e le birre si sono trasformate in rakja, in grappa, e le bocche si sono riempite di carne, patate, pane, la dieta base per dieci giorni.
Compartir è dividere il tutto in parti disuguali e fregartene se ti capita il pezzo più piccolo, sopravviverai lo stesso.
A Belgrado ci scontriamo con l'ottusità dei militari e raccontiamo agli altri di bologna cantando bella ciao e mostrando un video della par tot.
Parliamo di arte urbana e di street art, e la cultura mi sembra di nuovo, per un momento labilissimo, un atto politico.
Ulivi scrive nel 1944 che il bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi da ogni manifestazione politica.
La strada mi ha rapita. Il balcano mi ha colpita come uno sputazzo in fronte.
L'ultimo giorno c'è un vento freddo, ci scaldiamo con le mani in tasca e nei bar con il caffè turco.
Belgrado non fa mostra di sè. E come potrebbe, del resto? La cultura ufficiale è ferma da dieci anni, i musei sono chiusi, e le biblioteche funzionano a singhiozzo.
Cerco regali per l'Italia, e a parte comprare una stecca di sigarette, non trovo traccia nè di cartoline nè di palle con la neve dentro.
Belgrado è tutta pieni e vuoti. Non esiste un centro concluso, e la periferia si stende nel nulla della pianura.
Lungo Dalmatinska Street c'è un calzolaio. Dentro ci trovo una donna che aspetta che le sue scarpe vengano riparate. E' scalza, indossa un abito verde e sorride. Ha un filo di perle attorno al collo e quell'aria un pò austera di chi ha visto e taciuto tanto. La donna austera in verde aspetta le sue scarpe, e a me sembra un'attesa bellissima, uno spostamento malinconico di tempi e ticchettii. Non si inganna gli occhi con un libro, non dice niente. Soltanto, aspetta, e si gode il tempo.
So di aver ricordato il Messico, e le lunghissime attese che spiovesse per rimetterci in marcia. Ci sedevamo da qualche parte e zitti guardavamo la pioggia senza sbuffare, lasciandocela scivolare addosso senza che ci incollasse un sentimento metereopatico. Non era un imprevisto seccante, era solo un imprevisto. Bastava aspettare.
Un pò come fai nel traffico di Palermo, ma in modo molto più composto.
Come direbbe la santa informazione "tutto il mondo è paese". Chi più chi meno.
Belgrado non fa mostra di sè. E come potrebbe, del resto? La cultura ufficiale è ferma da dieci anni, i musei sono chiusi, e le biblioteche funzionano a singhiozzo.
Cerco regali per l'Italia, e a parte comprare una stecca di sigarette, non trovo traccia nè di cartoline nè di palle con la neve dentro.
Belgrado è tutta pieni e vuoti. Non esiste un centro concluso, e la periferia si stende nel nulla della pianura.
Lungo Dalmatinska Street c'è un calzolaio. Dentro ci trovo una donna che aspetta che le sue scarpe vengano riparate. E' scalza, indossa un abito verde e sorride. Ha un filo di perle attorno al collo e quell'aria un pò austera di chi ha visto e taciuto tanto. La donna austera in verde aspetta le sue scarpe, e a me sembra un'attesa bellissima, uno spostamento malinconico di tempi e ticchettii. Non si inganna gli occhi con un libro, non dice niente. Soltanto, aspetta, e si gode il tempo.
So di aver ricordato il Messico, e le lunghissime attese che spiovesse per rimetterci in marcia. Ci sedevamo da qualche parte e zitti guardavamo la pioggia senza sbuffare, lasciandocela scivolare addosso senza che ci incollasse un sentimento metereopatico. Non era un imprevisto seccante, era solo un imprevisto. Bastava aspettare.
Un pò come fai nel traffico di Palermo, ma in modo molto più composto.
Come direbbe la santa informazione "tutto il mondo è paese". Chi più chi meno.
giovedì 3 maggio 2012
Era de maggio
E' già maggio. Come era già febbraio, novembre, luglio, come già bisognava partire da Parigi, come già era Natale e i primi tre mesi fuori erano andati, ero ancora vivo, come già era fine settembre e bisognava partire per Parigi e lasciarsi un po'. E' sempre già oggi. E oggi è già passato il fine settimana (o l'inizio settimana) e di nuovo mi chiudo in biblioteca, come prima e a fare cose molto più noiose di prima: la lettura con traduzione delle insopportabili Epistole di Dante. Quindi? Quindi gnente. Sono passati troppo velocemente questi giorni chiari passati con voi, questo tempo bello, pieno e felice, di scoperte e riscoperte, di mangiate prelibate, di cibi cotti ma soprattutto fritti, di colazioni fuori al balcone con l'aria fresca e mattutina di un giorno che sarà caldo, e che il bianchiccio umido e afoso, profumato di ginestre vere e finte, anticipa preparandosi ad esplodere in un trionfo d'oro e azzurro. Ieri io e Fabiano eravamo a Gradola e ci siamo addormentati al sole. Ci siamo svegliati e il mare blu brillava. Per un attimo è stata estate.
venerdì 13 aprile 2012
La jetée, dilatazione di un film
La costruzione di un luogo è un'esperienza primaria di ambiguità. Sembra manifestare sempre il dualismo contraddittorio tra la libertà ottenuta attraverso la formazione di uno spazio vivibile, formazione di limiti, circoscrizione e la libertà propria dello spazio illimitato, perpetuamente calpestabile verso l'orizzonte di un lungo procedere. È tale l'originarietà dell'esperienza della costruzione di un luogo che ad essa è strettamente legata l'esperienza religiosa, il "templum" era propriamente una limitazione dello spazio: gli àuguri attraverso il lituo delimitavano uno spazio, lo "spazio del cielo" significato di "templum", da cui osservando il volo degli uccelli e interpretandolo profetizzavano tempi propizi o nefasti. Da qui viene il termine "contemplare": cum-templum, dove "cum" è particella preposizionale di mezzo, in parole semplici "ciò che osservo attraverso (per mezzo dello) lo spazio del cielo". Il fatto che la particella sia di mezzo narra dell'azione della costruzione, racconta cioè più a fondo di come sia per mezzo del fatto che si è costruito un luogo, lo spazio del cielo e non semplicemente come fosse una particella di luogo che si tradurrebbe "ciò che osservo nello (all'interno) dello spazio del cielo".
Nel 1962, Chris Marker artista indipendente del mondo cinematografico francese, gira un mediometraggio di circa 25 min. che intitola La jetée. Il cinema e la fotografia erano state inventate nel secolo precedente, entrambe avevano parzialmente a che fare con la costruzione di un luogo attraverso la limitazione dello spazio che era propria dell'inquadratura. A proposito di questo, una decina d'anni dopo La jetée, suggestionato da un racconto di Julio Cortàzar, Michelangelo Antonioni gira Blow up, storia di un ingrandimento fotografico che apre lo spazio di un racconto giallo dove la dimensione temporale pare rovesciarsi proprio a causa di una fessura, una voragine aperta tra due lembi di tempo che si toccano come fosse un anello di Moebius, rovesciando di conseguenza i principi di causa ed effetto. In La jetée era successo lo stesso, eppure non era solo questo, la deformazione del tempo della narrazione o dei suoi principi aveva compromesso anche il tempo principale su cui essa si poggia, il tempo delle immagini sovrimpresse nella pellicola, il tempo dei fotogrammi.
La storia adottata da una voce narrante per recuperare l'agilità della narrazione è però fossilizzata nei fotogrammi, rappresa all'immagine, diviene quasi completamente un fotoromanzo. Ma non è solo questo, sembra che il film sia al di là, sia una risonanza che può esistere solo nella costruzione di un luogo che dia avvio alla contemplazione. Ma alla contemplazione di cosa e da parte di chi? Si potrebbe parlare di più piani e più soggetti, ma credo prima di tutto si tratti della contemplazione di un personaggio, che abita per il tempo del film nello spettatore, della propria storia.
Il film appare, come per le foto di Ghirri di cui si è parlato qualche post fa, anche come una riflessione sulla visione e si potrebbe dire aridamente con accademia trattarsi di metacinematografia.
Ma poi, bruciando in un sol colpo ogni manuale o spicciola definizione, anche le mie, tra i 35'' e i 55'' della terza parte che inserirò in questo post, si assiste a una delle sequenze più toccanti e limpidamente straordinarie del cinema di sempre.
Se la tecnica, la sintassi, la scrittura possono contenere i riflessi delle emozioni, trasformandosi in emozioni esse stesse, allora questo è il caso. Un film destrutturato e fissato in un montaggio di fotogrammi consequenziali, sull'immagine di un volto amato recupera il tempo e la vita e il montaggio si fa serrato aiutato dalla musica nella climax ascendente, i fotogrammi sempre più rapidi e improvvisamente come si trattasse di una qualsiasi pellicola che scorre a permetterci l'illusione visiva di un movimento naturale assistiamo a un piccolo gesto di quel viso, movimenti quasi impercettibili, per pochi secondi, che contengono tutta la forza e la drammaticità e tutta l'ineffabilità espressa dal cinema di una visione, di una contemplazione.
Vi lascio alla vostra visione, sperando vi piaccia.
Nel 1962, Chris Marker artista indipendente del mondo cinematografico francese, gira un mediometraggio di circa 25 min. che intitola La jetée. Il cinema e la fotografia erano state inventate nel secolo precedente, entrambe avevano parzialmente a che fare con la costruzione di un luogo attraverso la limitazione dello spazio che era propria dell'inquadratura. A proposito di questo, una decina d'anni dopo La jetée, suggestionato da un racconto di Julio Cortàzar, Michelangelo Antonioni gira Blow up, storia di un ingrandimento fotografico che apre lo spazio di un racconto giallo dove la dimensione temporale pare rovesciarsi proprio a causa di una fessura, una voragine aperta tra due lembi di tempo che si toccano come fosse un anello di Moebius, rovesciando di conseguenza i principi di causa ed effetto. In La jetée era successo lo stesso, eppure non era solo questo, la deformazione del tempo della narrazione o dei suoi principi aveva compromesso anche il tempo principale su cui essa si poggia, il tempo delle immagini sovrimpresse nella pellicola, il tempo dei fotogrammi.
La storia adottata da una voce narrante per recuperare l'agilità della narrazione è però fossilizzata nei fotogrammi, rappresa all'immagine, diviene quasi completamente un fotoromanzo. Ma non è solo questo, sembra che il film sia al di là, sia una risonanza che può esistere solo nella costruzione di un luogo che dia avvio alla contemplazione. Ma alla contemplazione di cosa e da parte di chi? Si potrebbe parlare di più piani e più soggetti, ma credo prima di tutto si tratti della contemplazione di un personaggio, che abita per il tempo del film nello spettatore, della propria storia.
Il film appare, come per le foto di Ghirri di cui si è parlato qualche post fa, anche come una riflessione sulla visione e si potrebbe dire aridamente con accademia trattarsi di metacinematografia.
Ma poi, bruciando in un sol colpo ogni manuale o spicciola definizione, anche le mie, tra i 35'' e i 55'' della terza parte che inserirò in questo post, si assiste a una delle sequenze più toccanti e limpidamente straordinarie del cinema di sempre.
Se la tecnica, la sintassi, la scrittura possono contenere i riflessi delle emozioni, trasformandosi in emozioni esse stesse, allora questo è il caso. Un film destrutturato e fissato in un montaggio di fotogrammi consequenziali, sull'immagine di un volto amato recupera il tempo e la vita e il montaggio si fa serrato aiutato dalla musica nella climax ascendente, i fotogrammi sempre più rapidi e improvvisamente come si trattasse di una qualsiasi pellicola che scorre a permetterci l'illusione visiva di un movimento naturale assistiamo a un piccolo gesto di quel viso, movimenti quasi impercettibili, per pochi secondi, che contengono tutta la forza e la drammaticità e tutta l'ineffabilità espressa dal cinema di una visione, di una contemplazione.
Vi lascio alla vostra visione, sperando vi piaccia.
martedì 3 aprile 2012
Bastoncini
E' un semplice bastoncino. Di legno. Lungo circa 50 cm. Quadrato di quattro lati larghi circa 5 mm. Sarà stata la semplice e spontanea precisione della sua forma, il suo essere di legno, il suo essere metafora.
A coppie abbiamo retto un solo bastoncino, da indice a indice, in equilibrio stabile quanto precario. Gli occhi chiusi, la musica.
Un semplice quanto nuovo esercizio teatrale. Non pensavo ci sarebbe stato un oggetto così semplice da farmene innamorare, non pensavo che un esercizio teatrale potesse ancora stupirmi così.
Il gioco era muoversi nella musica e ad occhi chiusi senza far cadere il bastoncino. Facile ma non troppo. Questione di profondo e intenso ascolto, equilibrio, armonia.
Le coppie poi sono diventate trii e la questione si è fatta più complicata; complessa quando i trii sono stati riunificati in un unico gruppo. Braccia protese unite da bastoncini. Musica lenta accompagnata dal rumore dei bastoncini inesorabilmente caduti.
I movimenti che si possono fare in coppia non si possono fare in un trio e vanno di nuovo ripensati man mano che il gruppo si allarga. Le mie possibilità possono non essere quelle dell'altro. Posso condurre o posso farmi guidare, basta ascoltare.
Il bastoncino è il legame, è il mezzo, è un po' di me e un po' di te, è la relazione. Ed è il laboratorio.
Il bastoncino cade, ma non si rompe. Se mi muovo troppo velocemente chi lo tiene con me non riesce a seguirmi, non riesce a soddisfare le mie aspettative e si sente frustrato, ma è l'inadeguatezza della richiesta a provocare la caduta e non l'inadeguatezza di chi tenta di stare al passo.
Il bastoncino cade, ma non si rompe e io posso raccoglierlo. Posso mettermi in gioco quante voglie voglio, come lo voglio e finchè lo voglio.
Il bastoncino cade più e più volte ma se io me le dimentico, le volte in cui è caduto, non mi arrabbierò. Se nessuno mi sta a guardare continuo a giocare. E allora il presente si allarga e dimentica passato e futuro, in un semplice bastoncino.
A coppie abbiamo retto un solo bastoncino, da indice a indice, in equilibrio stabile quanto precario. Gli occhi chiusi, la musica.
Un semplice quanto nuovo esercizio teatrale. Non pensavo ci sarebbe stato un oggetto così semplice da farmene innamorare, non pensavo che un esercizio teatrale potesse ancora stupirmi così.
Il gioco era muoversi nella musica e ad occhi chiusi senza far cadere il bastoncino. Facile ma non troppo. Questione di profondo e intenso ascolto, equilibrio, armonia.
Le coppie poi sono diventate trii e la questione si è fatta più complicata; complessa quando i trii sono stati riunificati in un unico gruppo. Braccia protese unite da bastoncini. Musica lenta accompagnata dal rumore dei bastoncini inesorabilmente caduti.
I movimenti che si possono fare in coppia non si possono fare in un trio e vanno di nuovo ripensati man mano che il gruppo si allarga. Le mie possibilità possono non essere quelle dell'altro. Posso condurre o posso farmi guidare, basta ascoltare.
Il bastoncino è il legame, è il mezzo, è un po' di me e un po' di te, è la relazione. Ed è il laboratorio.
Il bastoncino cade, ma non si rompe. Se mi muovo troppo velocemente chi lo tiene con me non riesce a seguirmi, non riesce a soddisfare le mie aspettative e si sente frustrato, ma è l'inadeguatezza della richiesta a provocare la caduta e non l'inadeguatezza di chi tenta di stare al passo.
Il bastoncino cade, ma non si rompe e io posso raccoglierlo. Posso mettermi in gioco quante voglie voglio, come lo voglio e finchè lo voglio.
Il bastoncino cade più e più volte ma se io me le dimentico, le volte in cui è caduto, non mi arrabbierò. Se nessuno mi sta a guardare continuo a giocare. E allora il presente si allarga e dimentica passato e futuro, in un semplice bastoncino.
venerdì 30 marzo 2012
Un letterato vende vernici
a Johnny
Mi chiedono quale prodotto
è migliore, in queste gite
di quartiere che fanno le domeniche
sacre agli sconti
e non sento il mio odore d'ingranaggio
oliato, il rancido mio sapore
di latta, venduta vivacemente,
priva di quella ruggine salmastra
che bagnava una qualche rovina
dimenticata sulla spiaggia.
«Non ce n'è uno migliore
che soddisfi il tuo bisogno - dico -
ma puoi tornare un altro giorno
a soddisfare l'abbaglio che cerchi
nella nostra sete.
Sopravviviamo della stessa pace.»
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